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giovedì 18 settembre 2014

Cesare Pavese visto da chi gli ha voluto bene

Salve a tutti!

I puristi delle recensione a lettura completata mi odieranno. Oggi infatti intendo soffermare il mio sguardo e la mia attenzione su di un brano de volume di Natalia Ginzburg intitolato "Le piccole virtù". In questo brano Natalia Ginzburg regala ai propri lettori un meraviglioso ritratto di un amico, vale a dire Cesare Pavese. Nel ritratto, perchè di ritratto si tratta, intitolato, non a caso, "Ritratto d'un amico" Natalia Ginzburg dà, o meglio ridà, visto che "Ritratto d'un amico" è successivo alla scomparsa di Cesare Pavese, vita all'autore de "La luna e i falò" e "Il mestiere di vivere", tanto per citare i primi due titoli che mi tornano alla mente, in una maniera talmente vitale da dare l'impressione al lettore di turno di vedersi davanti agli occhi lo stesso Pavese.
Natalia Ginzburg ne dipinge un ritratto in parallelo con una descrizione della città di Torino, la città di Cesare Pavese e nella quale lo scrittore morì, suicida, "da forestiero", in una stanza d'albergo in una giornata estiva senza che vi fosse nelle vicinanze nessuno degli amici di sempre. In "Ritratto d'un amico" Cesare Pavese appare in tutta la sua personalità, una personalità vivace come quella di un adolescente, una personalità che non riusciva a sentire vicini gli amici che non fossero fisicamente vicini, impedendogli di scrivere delle lettere e consentendogli, quando andava bene, di rispondere alle lettere degli amici di turno con brevi e recise frasi. Dal "Ritratto d'un amico" trapela anche l'avarizia nei riguardi del proprio denaro di Cesare Pavese, il quale, però, quando concedeva un prestito ad un amico, subito dopo essersi separato da quel denaro del quale era, per sua stessa ammissione, tanto geloso, non se ne curava più.
Natalia Ginzburg parla anche della morte di Cesare Pavese, non solo parlando, come ho detto sopra, del fatto che Pavese abbia scelto di togliersi la vita "da forestiero" in una camera d'albergo ma sottolineando anche un particolare che, penso, sia sfuggita ai più, a coloro cioè che hanno conosciuto Pavese semplicemente attraverso le biografie ufficiali, comunque utili ad inquadrare lo scrittore e ad iniziare a conoscerlo superficialmente. Questo particolare riguarda il fatto che Cesare Pavese ha prefigurato la propria morte in una delle sue poesie e precisamente in questi versi che ripropongo prendendoli, alla lettera, da "Ritratto d'un amico":

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D'un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Vi lascio tranquillamente e senza problemi tutte le biografie ufficiali di Cesare Pavese in cambio di questo ritratto di Cesare Pavese scritto da una persona che gli ha voluto bene e ne ha pianto la morte.

Grazie a tutte e tutti voi per la pazienza e l'attenzione e arrivederci alla prossima!
Buon pomeriggio e, come sempre, Buona lettura!

Con simpatia! :)